Zeus e Io: come occultare un tradimento

Il padre degli dei Zeus era solito servirsi di diversi stratagemmi per appagare i suoi passionali istinti, camuffandosi o mutando l’aspetto delle sue -non consenzienti- amanti, per ingannare le malcapitate e per nascondere la sua infedeltà alla consorte, spesso con scarsi risultati. Il racconto di come Zeus cercò di nascondere a sua moglie Era il suo ennesimo tradimento con Io è raccontato da diversi autori antichi.

Le versioni presenti nel Catalogo delle donne di Esiodo (55 b) e nella Biblioteca di Apollodoro (II 1 3) si equivalgono, fatta eccezione per la paternità della ragazza, nel primo caso figlia di Pirene, nel secondo figlia della divinità fluviale Inaco. In entrambi le versioni si racconta che Io era una sacerdotessa di Era e per la sua bellezza fu oggetto delle attenzioni di Zeus, che, in seguito al suo rifiuto, la violentò.

Per evitare di essere scoperto dalla moglie, Zeus trasformò la ragazza in una giovenca bianca e, quando sopraggiunse la dea, le giurò di non essersi unito a lei, facendo dire ad Esiodo che “i giuramenti d’amore non determinano lo sdegno degli dei”.

Era, allora, chiese al marito di avere per sé la giovenca, mettendola sotto la custodia del mostro dai cento occhi Argo, per liberarla dal controllo del quale, Zeus mandò Ermes ad ucciderlo, cosa che il messaggero degli dei fece guadagnandosi l’epiteto di Argeifonte. Venuto meno Argo, Era inviò un tafano a torturare la giovenca, la quale si diresse dall’Argolide verso il golfo che da lei preso il nome di Ionio, oltrepassò lo stretto di Tracia, che a ricordo del suo passaggio prese il nome di Bosforo, appunto “passaggio della mucca”.

Dopo aver a lungo vagabondato, Io giunse in Egitto, dove riprese finalmente il suo aspetto di ragazza e diede alla luce suo figlio Epafo, sposò il re d’Egitto Telegono e innalzò una statua a Demetra, detta dagli egiziani Iside, stesso nome col quale venne chiamata la stessa Io.

Nel Prometeo incatenato di Eschilo, la vagabonda Io giunge alla rupe sulla quale è tenuto incatenato il titano Prometeo per aver donato il fuoco ai mortali. Qui eleva un lamento che racconta la sua storia e le torture subite da Era, chiedendo a Zeus perché abbia subito tanto, poi a Prometeo cosa le toccherà subire ancora e quando finirà il suo vagabondare. Il racconto di Eschilo diverge dai due autori precedentemente citati perché la ragazza dice di aver avuto delle visioni che la esortavano a mostrarsi a Zeus affinché lui placasse il suo desiderio. Raccontate le visioni al padre, questi cercando di conoscere il modo per compiacere la divinità ebbe in risposta che avrebbe dovuto cacciare dalla sua casa la figlia altrimenti una folgore avrebbe distrutto la sua stirpe.

Nelle Metamorfosi di Ovidio (I 583-747) la storia di Io si snoda per oltre cento versi e presenta alcune varianti rispetto al racconto riportato da Apollodoro e da Esiodo, evidenziando lo stratagemma che Giove mette in atto per nascondere il suo amplesso e descrivendo le vicende in modo dettagliato. Il padre degli dei, infatti, in modo esplicito aveva invitato la ragazza ad unirsi a lui. A quel punto la fanciulla era fuggita per sottrarsi al dio, ma Giove, pur di averla, nascose la terra con una caligine fitta, in modo da occultare il suo tradimento e far sua Io. Giunone accortasi di quell’oscuramento, ben conoscendo la propensione alle scappatelle del marito scese dal cielo, non avendolo visto lì, e fece dileguare le nubi. Prevedendo l’arrivo della moglie Giove aveva trasformato Io in giovenca e in questa forma la trovò Giunone. Il dio per fugare ogni dubbio acconsentì alle richieste della moglie di avere la giovenca. Per stare tranquilla, però, la dea le mise come guardia Argo, come si racconta anche nelle altre fonti. Io, controllata dal mostro dai cento occhi, arrivò alle rive dell’Inaco e fu qui fu riconosciuta dal padre, ma Argo intervenne a separarli; così Giove mandò Mercurio ad uccidere Argo (e i suoi tanti occhi vennero posti da Giunone sulle penne del pavone a lei sacro). A questo punto Giunone inviò a torturare Io una Erinni, che la pungolava e provocava il suo vagabondare. Giunta in Egitto, la ragazza-giovenca levò gli occhi al cielo e piangendo pregò Giove di mettere fine alle sue sventure. Il padre deli dei a sua volta prese a supplicare la moglie, dicendole di non temere per la sua fedeltà in futuro; così Io riprese il suo aspetto umano.

Nella versione di Ovidio l’inganno di Giove e la sua propensione al tradimento sono ben evidenti, così come la giustificata gelosia di Giunone, che conosce bene il marito e non si fida dei suoi falsi giuramenti.

Zeus ricopre qui la parte del marito fedifrago recidivo, che giura di non aver tradito davanti all’evidenza, che occulta la sua amante non in un armadio, ma in un altro corpo per non incappare nelle ire della moglie; addirittura affida la sua amante alla moglie per evitare che ella sospetti, non consapevole che Era è già a conoscenza del suo tradimento. Come spesso succede, Era anziché punire il marito punisce la sua vittima, condannandola a vagare pungolata da un tafano, lasciandola soffrire e desiderare di non aver mai attirato su di sé gli occhi di Zeus, fino a quando le preghiere e l’ennesimo falso giuramento del dio restituiscono le sue sembianze umane alla donna che egli aveva posseduto.

In un unico mito gli antichi avevano unito l’origine del piumaggio del pavone, del nome dello stretto del Bosforo e del mar Ionio e raccontato un’altra avventura amorosa di Zeus, messa a punto con l’aiuto di alcuni effetti speciali.

I commenti sono chiusi.