Napoli e le storie dell’Ospedale della Pace

Quante volte, nei confronti di persone lamentose, malati “immaginari” o situazioni particolarmente difficili ci è capitato di dire o sentire la frase “me par ospital a pace “. Ma a cosa si riferisce questo detto ancora oggi in uso? A Napoli esiste il complesso monumentale di Santa Maria della Pace sito in via Tribunali al civico 226, nei pressi di Castel Capuano, nel centro antico della città e che oggi sono pochi a conoscere. La tradizione vuole che esso sorse su un antico edificio del XV secolo appartenente a Sergianni Caracciolo, gran siniscalco del Regno di Napoli e amante della Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo, fatto uccidere nel 1432. Tale struttura fu poi trasformata in convento e successivamente, nel 1587 adattata ad ospedale dai Frati Ospedalieri di San Giovanni di Dio (chiamati Fatebenefratelli) Pietro Soriano e Sebastiano Arias e nel 1629 su progetto dell’architetto napoletano Pietro de Martino gli fu annessa una chiesa dedicata poi a Santa Maria della Pace perchè ultimata nel 1659, anno in cui fu sancita la cosiddetta Pace dei Pirenei tra Luigi XIV di Francia e Filippo IV di Spagna a chiusura della Guerra Franco-Spagnola e i cui esiti si sentirono anche nel vice-regno partenopeo. La chiesa fu poi restaurata nel 1732 da Domenico Antonio Vaccaro a causa dei danni del terremoto. Tuttavia il complesso ospedaliero ha svolto le sue funzioni fino al 1970 e in seguito adibito a sede di uffici comunali. Resti dell’antico palazzo medievale sono riscontrabili nel portale d’ingresso, costituito da un grande arco polilobato in stile gotico fiorito e nella  base del vestibolo dove è ancora presente la muratura del XV secolo. Nonostante gli spazi angusti della strada sulla quale si affaccia, all’interno del complesso sono presenti due grandi e luminosi cortili che danno aria e luce alla struttura ospedaliera. Un luogo tuttavia di grande sofferenza che è possibile riscontrare nell’ampia Sala del Lazzaretto alla quale si accede da uno scalone il cui ingresso è sulla sinistra del vestibolo. Si tratta del primo nucleo ospedaliero del complesso destinato ad accogliere i malati di peste e di lebbra della città. Entrati in questo enorme ambiente che misura 60 metri di lunghezza per 10 metri di larghezza ed è alto 12 metri, sembra quasi sentire ancora le grida di dolore degli infermi qui ricoverati. Tuttavia è possibile intuire anche come tali malati infettivi venivano curati in quanto, lungo le pareti, corre un ballatoio che serviva per raggiungerli evitandone il contagio e dove gli inservienti calavano cibo e bevande. Un rapporto dunque tra malato e medico a distanza, ma sappiamo che in epoca antica gli istituti di beneficenza dove venivano ricoverati gli infermi erano sostanzialmente delle strutture che servivano a confinare e isolare persone portatrici di malattie contagiose dal resto della società per evitare il contagio della parte sana della popolazione. Tuttavia tale sofferenza sembrava essere quasi addolcita dalla bellezza di questa sala. Sulla parte superiore del ballatoio, tra le finestre, e sotto la volta sono presenti affreschi di Giacinto Diano e Andrea Viola raffiguranti la Vergine Maria e i Santi dell’Ordine di San Giovanni di Dio, mentre nella parte terminale della sala si trova un bellissimo altare in marmi policromi del XVIII secolo che serviva a separare la zona destinata ai malati da quella destinata a gabinetto medico e segno che vi svolgevano anche funzioni religiose. Nel Settecento e nell’Ottocento l’ospedale era ancora specializzato nella cura di malattie veneree e della pelle, nel 1876 fu poi luogo d’emergenza per l’epidemia di tifo e qualche decennio più tardi aggregato al complesso degli Incurabili. Fu anche sede della Corte d’Assise in supporto a Castel Capuano per poi passare alla Soprintendenza e divenire anche location di numerose fiction televisive oltre che sede di mostre d’arte.
Tuttavia questo luogo è legato anche ad una misteriosa iscrizione cinquecentesca scolpita in una lapide marmorea e murata tra le mura dell’ospedale. Essa recita: Dio m’arrassa da invidia canina, da mali vicini et da bugia d’homo da bene”  che nella traduzione in italiano corrente dice “Dio mi allontani dall’invidia canina, dai mali vicini e dalle bugie di un uomo dabbene”. Tale iscrizione divenne oggetto di studio anche del grande filosofo Benedetto Croce che nelle sue Storie e leggende napoletane (1923), ipotizzò che fosse stato una sorta di monito fatta scolpire per desiderio di un ricco quanto malcapitato napoletano ingiustamente calunniato e accusato da alcuni nemici che in seguito a delle false testimonianze lo fecero accusare di omicidio e giustiziare. Tuttavia, prima di morire il disgraziato lasciò tutti i suoi averi ai frati dell’ospedale a patto che la targa fosse murata in eterno come perenne ammonimento contro ogni forma di ingiustizia. Se l’iscrizione fosse stata rimossa la sua eredità sarebbe passata all’ospedale degli Incurabili.
Dunque un complesso quello di Santa Maria della Pace che, nonostante abbia bisogno di riqualificazione e restauri, cela una lunga storia fatta di sofferenza reale ma anche di speranza per tante persone che in quelle mura hanno cercato per anni un po’ di sollievo.

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