USA, verso le elezioni di mid-term: cosa c’è da sapere sul voto del 6 novembre

Il 6 novembre gli americani voteranno, in sostanza, la loro fiducia all’attuale governo Trump. Democratici in corsa per riprendere almeno un ramo del Congresso e fare ostruzionismo al governo

 

Martedì 6 novembre i cittadini americani andranno alle urne per il rinnovo dell’intera Camera dei rappresentanti (435 deputati), oltre un terzo del senato (35 senatori), 36 governatori e migliaia di cariche locali. Per avere la maggioranza alla Camera occorrono 218 seggi, al Senato 51: oggi entrambi sono controllati dal Partito repubblicano, il primo con maggiore distacco – 235 deputati – il secondo con una risicata maggioranza di 51 senatori contro i 47 democratici (i rimanenti sono indipendenti). Le elezioni di mid-term si svolgono alla metà del mandato presidenziale e sono considerate una sorta di referendum sulla soddisfazione riguardo l’operato del Presidente in carica, che tradizionalmente perde il controllo di almeno uno dei rami del Congresso: fu così anche per Obama, che alla fine del mandato aveva entrambi i rami del Congresso contrari. Se Trump riuscirà a mantenere la maggioranza repubblicana sia alla Camera che al Senato, avrà vita più facile; in caso contrario, i democratici comincerebbero un forte ostruzionismo verso le politiche presidenziali, rendendo più complessa l’approvazione delle leggi. Secondo le stime attuali, il Partito democratico dovrebbe riuscire a riprendere possesso della Camera dei rappresentanti, mentre la risicata maggioranza repubblicana al Senato dovrebbe essere confermata o aumentare. Grande attesa anche per il rinnovo delle cariche di governatori, in particolare in stati chiave come il Texas – uno di quelli più popolosi e dunque ricco di grandi elettori in fase di elezione del Presidente – dove il democratico Beto O’Rourke ha assaltato la maggioranza consolidata del repubblicano Ted Cruz – sfidante di Trump durante le primarie repubblicane del 2016 – ed è a soli 5 punti percentuali di distanza dal suo sfidante, un dato incredibile per uno stato profondamente repubblicano come il Texas.

Al momento il gradimento del Presidente Trump è piuttosto basso, intorno al 40%, e il tycoon non ha rispettato alcune delle promesse della campagna elettorale: prima fra tutte, quella della costruzione di un muro con il Messico. Da ciò il pugno di ferro che il Presidente sta adottando verso la carovana di migranti in arrivo dall’Honduras: 5.000 militari sono stati già schierati al confine con il Messico per impedire l’accesso degli immigrati – più di quelli attualmente presenti in Iraq –, e Trump ha annunciato che il numero potrebbe salire a 15.000, un vero e proprio muro umano contro la carovana. Al di là del risultato, la strategia del Presidente è chiara: la carovana è stata una vera manna dal cielo a ridosso delle elezioni per permettergli di infervorare nuovamente la base più dura del suo partito, contraria ad immigrazione di qualsiasi tipo, e in attesa di un atto simile da parte di Trump. Tra gli altri fallimenti dei primi due anni di presidenza, poi, il Partito di Trump annovera numerosi tentativi andati a vuoto di riforma del sistema sanitario: il tycoon ha iniziato a smantellare Obamacare, desideroso di cancellare il simbolo più vistoso del governo Obama, ma senza contrapporvi una riforma credibile. Il risultato è stato la bocciatura al Congresso dei tentativi e la creazione di alcuni vuoti legislativi causati dalla frettolosa rimozione di norme precedenti. Ma Trump ha anche rispettato alcune delle principali promesse: ha smantellato l’accordo commerciale con Canada e Messico (il NAFTA) in modo che fosse più favorevole per gli Stati Uniti; è fuoriuscito dall’accordo sul clima di Parigi del 2015 – attualmente unico Paese al mondo a non aderirvi – e ha iniziato una guerra commerciale contro la Cina e le sue politiche commerciali inique.

Il Partito democratico, insomma, dovrà ancora lavorare duro per tentare di ribaltare le sorti attuali: i democratici hanno bisogno di 23 seggi per ottenere il controllo della Camera, mentre dei 35 seggi in palio al Senato molti sono in Stati decisamente conservatori come North Dakota o Missouri. Tra le corse da tenere d’occhio, oltre a quella per governatore del Texas del democratico O’Rourke, quella del candidato al Senato per il Michigan, John James, afroamericano e repubblicano, in uno Stato che Trump ha strappato ai democratici nel 2016 e che deve mantenere; quella di Andrew Gillum, afroamericano democratico candidato a governatore della Florida, Stato “in bilico” per eccellenza, che se le dà di santa ragione con Trump: «Andrew Gillum è un ladro» urla il Presidente, «mai degradarsi a lottare con un maiale» risponde il democratico, che potrebbe diventare il primo governatore afroamericano della Florida; infine quella di Stacey Abrams, anche lei afroamericana e democratica, che tenta di ottenere il governatorato della conservatrice Georgia, sostenuta da Obama e Oprah Winfrey. È bene comunque ricordare che le elezioni di mid-term sono in genere decise da un numero ristretto di americani: alle ultime elezioni del 2014 ha votato solo il 37% degli aventi diritto, circa 92 milioni di cittadini.  

I commenti sono chiusi.