Greci e Romani: costruttori del proprio destino o vittime della sorte attribuita dalle Moire?

“Le calamità personali inspiegabili erano attribuite dagli uomini alla loro “parte” o “sorte”, intendendo così dire con ciò che non capivano come mai erano accadute, ma dato che erano accadute, evidentemente dovevano andare così.” Erich Dodds, I greci e l’irrazionale

Nel mondo classico greco e romano ogni divinità aveva la sua sfera d’azione, ma a volte le stesse divinità doveva sottostare a ciò che doveva essere, al destino.

Per i Greci il destino aveva il volto di tre anziane donne, le Moire, che tessevano con le proprie mani il filo della vita dei mortali fino al momento in cui questo non veniva tagliato, facendo sopraggiungere la morte. Il nome con il quale venivano designate le tre sorelle è legato etimologicamente a una delle radici del verbo greco μείρομαι (méiromai) “avere in sorte”, “ricevere la propria parte” e μοῖρα (móira) indicava la “parte assegnata” da vivere a ciascuno. Ognuna delle tre Moire aveva un compito specifico reso chiaro dai nomi con i quali erano note: Cloto era colei che filava il filo della vita (dal verbo greco κλώθω –clóto– “filare”); Lachesi assegnava a ciascuno ciò che gli spettava in sorte (collegata al verbo λαγχάνω-lancháno- “avere la propria parte”, “avere in sorte”); Atropo, infine, dall’aggettivo ἄτροπος (átropos) “inflessibile”, era la sorella che tagliava il filo della vita e di fatto provocava la morte.

 Esiodo, nella sua Teogonia, fornisce due diverse genealogie delle Moire: ai versi 217-219 afferma che la Notte “generò anche le Moire e le Chere, vendicatrici spietate, Cloto, Lachesi e Atropo, le quali danno in sorte ai mortali quando nascono il bene e il male” e ai versi 904-906 dice che sono nate dall’unione di Zeus e Temi (alle quali Zeus diede il più grande onore, Cloto, Lachesi e Atropo, che danno agli uomini mortali in sorte il bene e il male); questa seconda versione è seguita anche da Apollodoro (Biblioteca I, 3 1: Zeus sposa Era […], ma si unisce anche a molte donne mortali e immortali. Da Temi figlia di Urano nascono le Ore: Irene, Eunomia e Dike, le Moire: Cloto, Lachesi e Atropo).

Platone nel decimo libro della sua Repubblica (617 B-C) raccontando il mito di Er, ci dà una descrizione delle Moire. Egli dice che “altre tre figure sedevano tutt’intorno, ciascuna sul suo trono a uguale distanza l’una dall’altra, Lachesi, Cloto e Atropo, figlie della Necessità, le Moire vestite di bianco che portavano sulla testa dei serti, le quali cantavano sull’armonia delle Sirene, Lachesi il passato, Cloto il presente e Atropo il futuro. Cloto toccando ad intervalli con la mano destra il cerchio più esterno del fuso aiutava a farlo girare, Atropo faceva lo stesso toccando i cerchi interni con la mano sinistra. Lachesi, invece, toccava ora una parte ora l’altra con ciascuna mano.”

Il racconto prosegue rivoluzionando la tradizionale idea greca che vede le Moire decidere le sorti degli uomini: l’autore conferisce alle anime la libertà della scelta del proprio destino, tra i tanti filati dalle Moire; i destini che ha su di sé Lachesi non vengono imposti, le anime hanno possibilità di scegliere come vivere. “Non il demone sceglierà voi, ma voi sceglierete il demone. Il primo estratto sceglierà per primo la vita alla quale sarà tenuto dalla necessità. La virtù non ha padroni. Chi la onora più ne avrà, chi non la onora meno ne avrà. La responsabilità è di chi sceglie, il demone non ha colpa” (617 E).

Dalle versioni dei due autori citati emergono tre diverse genealogie, ma comune è l’immagine della dispensazione dei destini. La novità di Platone consiste nel rivendicare all’uomo la scelta tra i destini proposti dalle Moire. Si nota, quindi, un’evoluzione nel pensiero greco in materia di libertà di scelta: si passa dal sottostare a forze soprannaturali ad una scelta individuale.

Le Moire greche hanno la loro corrispondenza nella mitologia romana nelle Parche. Maria Monteleone in Miti romani afferma che le Parche erano le dee del destino, in quanto assegnavano a ciascuno il proprio tempo. I loro nomi erano Nona, Decima e Parca: le prime due derivavano il loro nome dal nono e decimo mese, i mesi giusti per partorire (divennero, infatti, divinità tutelari della gravidanza), Parca lo derivava da partus, con il mutamento di t in c. Ernout e Meillet nel Dictionnaire etymologique de la langue latine rimandano l’origine del nome al verbo pario “partorire”, ma anche “procurarsi”, adducendo l’attestazione di questa etimologia a Varrone. Esse venivano anche dette Tria Fata perché enunciavano il destino.

Dal punto di vista etimologico μείρομαι (méiromai) e μοῖρα (móira) hanno i loro corrispettivi in latino nel verbo mereo “ricevere la parte che tocca in sorte” e nel sostantivo meritum “ricevere la parte che si è guadagnata”, da cui ha origine il nostro “merito”.

Se per i greci il destino è moira, per i romani è fatum, termine da cui deriva il nostro “fato”. Il sostantivo fatum aveva origine dal verbo fari “parlare”: l’idea di destino, quindi, era connessa alla parola pronunciata dalla divinità. Da fatum è derivato l’aggettivo fatalis con riferimento all’ultimo giorno del nostro destino, ossia la morte.

Spiega Licia Ferro in Miti romani: “Cosí fatum, il fato, sarà per i Romani ciò che è destino accada perché così la divinità ha detto e deciso, e fas ciò che è giusto e lecito, perché è parola divina che così sia, mentre il suo contrario, nefas, designerà un atto empio e quasi indicibile, ciò che il dettato divino vieta.” (Il nostro “destino” deriva, invece, dal verbo latino destino,-are, che aveva anche il significato di “assegnare”.)

L’atto del tessere delle Moire greche ritorna anche in Catullo nel carme 64 dedicato alle nozze di Peleo e Teti, quando le tre Parche vengono descritte nell’atto di cantare in modo profetico (anche in Platone si è visto che cantano) il destino di Achille, mentre con in mano la conocchia e il fuso filano destini “che nessuno mai potrà accusare di menzogna”.

Dalle poche parole dette sull’argomento emerge una differenza tra la concezione greca e quella romana riguardo al destino: nel mondo greco sono le Moire a tessere la vita degli uomini, per i Romani il destino è la parola uscita dalla bocca della divinità. 

Ancora oggi si è soliti dire “era destino che dovessero stare insieme” oppure “era destino che dovesse accadere”. È romantico pensare al destino che tiene unite con un solo filo due vite che si amano, ma lo sarebbe molto di meno e sicuramente più triste pensare che è stato un destino immutabile già scritto a decidere un epilogo sfortunato.

Siamo liberi di scegliere il nostro destino, tra quelli che ci vengono proposti-come dice Platone- o siamo condannati a percorrere una strada scelta da altri senza la possibilità di svoltare ad un incrocio non segnalato?

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