Elezioni USA, Florida e Georgia ancora in bilico: il Paese è diviso a metà

Un testa a testa all’ultimo voto per il Senato in Florida e per il governatore della Georgia, dove Stacey Abrams rifiuta di concedere la vittoria all’avversario repubblicano. Dopo l’ottima prestazione dei democratici il Partito deve ricompattarsi

 

A quattro giorni dalle elezioni di midterm negli Stati Uniti, alcune corse di particolare rilievo risultano ancora aperte: sono quelle per i seggi da senatori in Florida e Arizona e quelle per il governatore della Georgia. La Florida, swing state per eccellenza, si era tinta di rosso nel 2016, preferendo Donald Trump e contribuendo fortemente a garantirgli la vittoria. Lo stesso Stato aveva però preferito Obama sia nel 2008 che nel 2012, e aveva caratterizzato la sfida all’ultimo voto delle presidenziali del 2000, quando George W. Bush strappò la presidenza ad Al Gore, in pratica, per soli 537 voti in Florida, riconteggiati uno ad uno. Nell’attuale corsa a governatore dello Stato il democratico afroamericano Andrew Gillum, sindaco di Tallahassee, risulta sconfitto dal repubblicano DeSantis per una manciata di voti: meno di 40.000 su un totale di oltre 8 milioni. Il seggio da senatore dello stesso Stato, invece, non è ancora stato assegnato: il democratico Nelson insegue il repubblicano Scott in un incredibile testa a testa: meno di 14 mila voti (51.1% per il repubblicano, 49.9% per il democratico). Andrew Gillum aveva raccolto una quantità di denaro assai superiore a quella dello sfidante repubblicano: 64 milioni di dollari contro i “soli” 53 di DeSantis, e dalla sua parte di erano schierati milionari come George Soros e Michael Bloomberg. Così come per Beto O’Rourke, che correva per un posto da senatore nel super repubblicano Texas, e che ha assottigliato la distanza dal suo rivale fin quasi a sperare di vincere, il denaro raccolto e le energie spese sembrano aver posto le basi per una corsa successiva, quella per le presidenziali 2020. Beto O’Rourke, infatti, ha catalizzato l’attenzione del Paese ed ha ottenuto un risultato considerevole in uno Stato profondamente repubblicano. È riuscito a unificare i democratici del Texas così come il Partito democratico non era riuscito a fare a livello federale alle ultime elezioni.

 Diversa la questione della Georgia, Stato tradizionalmente repubblicano in cui i democratici hanno ottenuto un ottimo successo: la democratica Stacey Abrams, che avrebbe potuto essere la prima donna afroamericana governatrice di uno Stato USA, rifiuta di concedere la vittoria allo sfidante Brian Kemp, Segretario di Stato della Georgia, accusandolo di aver impedito il voto alle minoranze in alcune contee. La distanza tra i due è al momento dell’ 1.6% a favore di Kemp, poco più di 60 mila voti su un totale di 4 milioni. Infine, la sfida al seggio di senatore per lo Stato dell’Arizona non si è ancora risolta, ma vede in vantaggio la democratica Sinema sulla sfidante McSally: con questa vittoria i democratici potrebbero portare il numero di senatori a 47, assai vicino a quello dei repubblicani, attualmente a 51. La corsa per i governatori, con la Georgia ancora in bilico, è di 26 Stati per i repubblicani e 23 per i democratici. Larga maggioranza per i democratici, invece, alla Camera, che risulta essere la grande vittoria di queste elezioni: le ultime proiezioni, infatti, vedono assegnati 225 seggi ai democratici e 200 ai repubblicani, e si calcola che i primi potrebbero superare agevolmente i 230 (la maggioranza è di 218). L’altra grande vittoria dei democratici in queste elezioni, poi, è stata la riconquista del cosiddetto “blue wall”, il muro blu di voti costituito dagli stati operai di Pennsylvania, Michigan e Wisconsin. Questi tre Stati tradizionalmente democratici sono infatti proprio quelli che hanno garantito la vittoria a Trump nelle ultime elezioni: tutti sono passati al Partito repubblicano in uno dei più grandi spostamenti di voto degli ultimi decenni in America. I democratici adesso hanno vinto nei 3 Stati tutte le corse per governatori e senatori, e hanno posto un’importante base per il 2020.

Il Paese risulta allora diviso: se i democratici avranno il controllo delle commissioni parlamentari alla Camera e potranno utilizzare il loro potere per aprire delle indagini nel governo Trump, i repubblicani hanno riaffermato la maggioranza al Senato e potranno ratificare indisturbati le nomine presidenziali – il Senato è l’unico organo di ratifica delle nomine del Presidente – come una eventuale nuova nomina per la Corte Suprema. Trump ha detto di voler collaborare con il Partito democratico, e si è congratulato con Nancy Pelosi, capogruppo di minoranza democratica alla Camera negli ultimi anni, papabile leader dei democratici ora che sono in vantaggio. Ma tutti sanno che non è nel suo spirito: Trump utilizzerà eventuali indagini aperte dal fronte democratico per urlare alla caccia alle streghe contro di lui, mentre lo stesso Partito democratico avrà delle difficoltà ad approvare la nomina di Nancy Pelosi, con i più giovani che scalpitano per un rinnovamento del Partito. È stata la stessa Alexandria Ocasio Cortez, 29enne vincitrice indiscussa di un seggio alla Camera nello Stato di New York e parlamentare più giovane mai arrivata al Congresso, ad affermare: «dobbiamo fare pulizia nel giardino di casa nostra». La sfida per il ricompattamento del Partito democratico dopo la scissione Clinton-Sanders si presenta assai complessa, ma è proprio su questo che si gioca la prossima partita, quella delle presidenziali del 2020.

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