L’Eracle al femminile di Emma Dante al Teatro Grande di Pompei

Dopo una lunga presenza al Teatro greco di Siracusa, l’Eracle di Emma Dante approda al Teatro Grande di Pompei: in scena dal 19 al 21 luglio

Emma Dante torna al teatro greco – dopo una criticata messinscena di Medea nel 2003 e una riscrittura della stessa tragedia nel 2016 – e l’incontro non lascia indifferenti: la creatività e forza del teatro della Dante si scontrano con la potenza sempre intatta del teatro di Euripide e con la modernità del suo “Eracle”. Il risultato è una messinscena di grande impatto visivo: dalla scenografia monumentale di Carmine Maringola ai riuscitissimi costumi di Vanessa Sannino e alle musiche di Serena Ganci, tutto contribuisce a ricreare un’atmosfera tragica carica di suggestioni, dalla Magna Grecia fino al secolo scorso. Alla scenografia già di per sé perfetta del Teatro Grande di Pompei si aggiunge quella pensata per lo spettacolo: una parete cimiteriale ricoperta di ritratti funebri, una serie di vasche e croci di legno roteanti. La musica intervalla Chopin alle sonorità aggressive e dissonanti di Aphex Twin, passando attraverso suggestioni da folklore mediterraneo, quello dei canti delle prefiche durante i cortei funebri e dei canti popolari da festività religiose: la processione funebre con al centro Megara e i figli di Eracle è dominata dalla figura imponente della donna adornata di veste e copricapo, una vera e propria Madonna in processione.  Il coro dei vecchi tebani, allievi dell’ADDA –  Accademia d’arte del dramma antico, unica componente maschile del cast, ricorda invece per abiti e movenze i dervisci turchi rotanti.

La tragedia euripidea è nota: Eracle, dopo aver compiuto le dodici fatiche, scopre che a Tebe spadroneggia il tiranno Lico, che minaccia di uccidere sua moglie Megara, i suoi tre figli, e suo padre Anfitrione. L’eroe è creduto morto: sceso negli  inferi per compiere l’ultima sua impresa non è più tornato, ma mentre la sua famiglia è già adornata in abiti funebri e mette in atto lavacri rituali prima della morte, Eracle fa ritorno a Tebe insieme a Teseo, che ha strappato dagli inferi. Ma la dea Era, gelosa del figlio nato dall’unione tra suo marito Zeus e Alcmena, invia Iris, sua messaggera, e Lissa, personificazione della rabbia, con lo scopo di far impazzire Eracle e renderlo protagonista dell’assassinio della sua famiglia. Così avviene: si salva solo Anfitrione, suo padre, per l’intervento di Atena che colpisce l’eroe con un masso. Al suo risveglio Eracle viene messo di fronte allo scempio compiuto: la disperazione muliebre dell’eroe, quel «ti comporti da donna» dell’amico Teseo, viene colto dalla Dante che rovescia la prassi del teatro greco di avere in scena solo attori uomini: il suo Eracle è donna, è così Anfitrione, Teseo, Lisso e tutti gli altri. L’idea è quella di far confrontare una donna con i grandi eroi greci, di sparigliare le carte, tenendo presente che «il teatro deve rimanere sempre un gioco anche nella sua più brutale serietà» secondo le parole della regista. Emma Dante vuole indagare il potere, scoprire se è vero che solo gli uomini ne sono affascinati, capire cosa succede se la potenza dell’eroe del mito si scontra con la fragilità dell’animo femminile.

Eracle, tuttavia, è già fragile in finale di tragedia – le parole di Teseo lo confermano – e così lo erano anche i re shakespeariani, sebbene uomini e sovrani di enormi regni: basti pensare a Riccardo II e Riccardo III, a loro modo insicuri, titubanti, eppure assassini senza scrupoli, traditori. L’interpretazione femminile degli eroi del mito, dunque, sembra non aggiungere nulla ai personaggi rispetto a ciò che un’interpretazione maschile avrebbe potuto conferirgli: quegli aspetti che rimandano al mondo femminile sono già presenti – per quanto nascosti ed evidenti solo nel finale – nell’eroe euripideo. A fronte di ottime prestazioni attoriali da parte di Serena Barone – un Anfitrione in sedia a rotelle con cadenza siciliana – e di Naike Anna Silipo – regale quanto tenera nel ruolo di Megara –, l’interpretazione di Eracle da parte di Maria Giulia Colace risulta eccessivamente artificiosa e a tratti poco credibile, così come quella dell’amico Teseo, e sorprendono le scelte registiche nelle scene in cui gli eroi sono protagonisti rispetto ad una messinscena in cui sembrano essere calati a forza. Una macchina perfetta, infatti, risulta quella creata dal coro degli anziani – con il notevole coup de théâtre delle vesti trasformate in un campo di rose nel finale – e quella delle esecutrici del volere di Lico, in vesti fucsia con tanto di hijab. Il paventato suicidio finale dell’eroe, tuttavia, non avviene: Eracle, vero e proprio burattino nelle mani degli dèi, sopporterà il fardello grazie all’amicizia e alla comprensione di Teseo, e sconterà la sua pena vivendo.

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